curiosità varie sugli alpini bolognesi romagnoli

La Chiesa di San Francesco d’Orsina a Calalzo di Cadore

di Giuseppe Martelli

pubblicato il 15 dicembre 2003

 


La chiesa di S. Francesco d’Orsina in
una fotografia del 1935. Si nota la
campana dono della città di Bologna.

Proseguendo nelle ricerche storiche degli alpini bolognesi romagnoli, sul giornale L’ALPINO dell’1 agosto 1934 a pag. 3 si legge che la chiesa di San Francesco d’Orsina di Calalzo di Cadore verrà restaurata e dedicata ai Caduti del 7° alpini. La notizia in sé è come tante altre ma, proseguendo nell’articolo, si trova un curioso quanto ormai dimenticato motivo che lega gli alpini bolognesi romagnoli a questa chiesa. Tutto inizia nella lontana guerra 1915-1918 quando fra gli ufficiali in servizio nel 7° alpini vi è il Capitano Luigi Seracchioli di Bologna. Per chi possiede copia del libro “Gli alpini della Bolognese Romagnola 1922-1997” questo nome non giunge nuovo, è stato infatti il primo Presidente di Sezione all’atto di costituzione nel lontano 18 novembre 1922. Il Capitano Seracchioli, di famiglia benestante, antiquario di professione e volontario di guerra, per circostanze non ben definite, acquistò la chiesa di San Francesco d’Orsina a Calalzo con atto notarile stipulato nel 1919. Ritornato alla vita civile al termine della guerra, lo ritroviamo fra i promotori e fondatori della Sezione. Nel 1929, con la nomina a Presidente Nazionale dell’Ass. Naz. Alpini del bolognese avv. Angelo Manaresi anche lui ufficiale del 7° alpini, nasce in Seracchioli l’idea di DONARE alla Sede Nazionale questa chiesa affinché diventi un sacrario dedicato ai Caduti del 7°. L’idea ed il dono sono naturalmente accolte da Manaresi che ne dispone il necessario restauro e l’inumazione al suo interno delle spoglie dei Volontari Cadorini caduti nelle insurezzioni anti austriache del 1848 e 1866 e la consacrazione ai Caduti del 7° alpini del 1915-1918. Apro una breve parentesi per ricordare che nella guerra 1915-1918 vi era inquadrata nel 7° alpini, una compagnia di Volontari Cadorini e, come si legge nella cronaca dell’articolo “    Il capitano Seracchioli ebbe l’onore di comandare per un certo periodo…”.


Domenica 16 giugno 1935, la cerimonia di inaugurazione della chiesa.

Il Presidente Naz. Manaresi apre attraverso le pagine de L’ALPINO una sottoscrizione per il restauro e l’arredo necessario comunicando che la chiesa-sacrario verrà inaugurata in occasione dell’Adunata Nazionale Alpini in programma nei giorni 16/18 giugno 1935 e riprodotta sulla medaglia coniata per l’occasione. Nei numeri successivi del giornale, una apposita rubrica elenca le donazioni e, le sorprese non sono finite, si legge infatti sul n° 2 del 15 gennaio 1935 “…la voce ed il ricordo dei Caduti bolognesi echeggerà attraverso le note della bella campana donata dalla città felsinea…”. Per la cronaca, questa campana viene benedetta la notte di Natale del 1934 nella chiesa di Sant’Isaia a Bologna alla presenza del Presidente Manaresi, del Consiglio sezionale al completo, numerosi Gagliardetti di Gruppo, alpini ed artiglieri alpini bolognesi romagnoli. Celebra la solenne funzione il Cappellano sezionale don Andrea Balestrazzi.


La targa marmorea posta sul fianco destro.

Domenica 16 giugno 1935, come stabilito nel programma, gli alpini convenuti a Pieve di Cadore all’Adunata Nazionale, si trasferiscono a Calalzo di Cadore per la cerimonia di consacrazione della chiesetta di San Francesco d’Orsina divenuta Sacrario del 7° alpini. Fra gli ospiti d’onore vi è il donatore cav. Luigi Seracchioli di Bologna (presumo con al seguito un bel numero di consoci). Nel corso della cerimonia viene scoperta una targa marmorea sulla quale è inciso QUESTA ANTICA CHIESETTA DI S. FRANCESCO D’ORSINA- DONATA DAL CAPITANO SERACCHIOLI BOLOGNESE- IL 10° REGGIMENTO ALPINI VOLLE- RESTAURATA- DEDICARE AI CADUTI DEL 7° ED AI VOLONTARI CADORINI CHE LI PRECEDETTERO SUL CAMPO DEL SACRIFICIO E DELLA GLORIA.

Questa notizia ha suscitato ulteriore curiosità e, presi contatti con la sezione Cadore, l’incredibile conferma che la Chiesa, targa, campana originari sono ancora la al suo posto. A questo punto l’idea ed il suggerimento che questo legame meriterebbe certamente di essere rinnovato attraverso una visita-incontro in Cadore. Gli alpini cadorini ci aspettano con entusiasmo.


(il mio articolo pubblicato sul giornale della Sezione bolognese romagnola CANTA CHE TI PASSA n°3 maggio 1999)

Come fu acquistata dal bolognese capitano Luigi Seracchioli
la Chiesa di San Francesco d’Orsina a Calalzo di Cadore

curiosità inedita ritrovata da Giuseppe Martelli

Meta del riuscito primo pellegrinaggio sezionale che ha visto presenti a Calalzo di Cadore domenica 10 ottobre 1999 gli alpini bolognesi romagnoli per rendere omaggio a colui che fu il primo Presidente di Sezione e donatore nel 1931 alla Sede Nazionale di questa pregevole opera, un’altra interessante ritrovata memoria è emersa dal passato legata a questa chiesetta che va ad arricchire e completare le nostre conoscenze del passato, riproposta integralmente dal documento originale.

Luigi Seracchioli

- Mo co ‘l seinta ben: mè a iò qua duemilaseinzentvinquater franc; se ‘m la da, la tog; si no a pos brisa- .(mi stia ben a sentire io ho qua duemiseicentoventiquattro lire, se me la da la prendo se no non posso)
L’ufficiale, un capitano degli alpini, si era espresso in un bolognese piuttosto serrato e a mezza voce per giunta, come se parlasse a se stesso; come se riepilogasse ciò che intendeva dire nella famigliarità del suo dialetto, prima di esprimere la sua offerta in buona lingua corrente.

Ciò nonostante, l’interloquito capì lo stesso e, scosse il capo in segno affermativo, allungò la mano per confermare la sua decisione, secondo le norme commerciali, senza un attimo di esitazione, senza una parola. Se avesse infatti indugiato in riflessioni sulla esiguità del denaro che gli veniva offerto; se si fosse soffermato anche un solo istante in qualche considerazione, sarebbero affiorati nuovamente i sentimenti che dopo tanto era riuscito infine a dominare e non avrebbe certo accettato. Troppi vincoli lo legavano a questa vecchia costruzione, un tempo chiesa della sua famiglia, che ora minacciava di cascare per davvero, per accettare così di buon grado di disfarsene; la situazione, d’altronde, era tale ormai da non consentire ulteriori ritardi, ma una decisione rapida e coraggiosa; perciò aveva accettato, malgrado tutto: sapeva benissimo che in caso contrario la costruzione non sarebbe sopravissuta più a lungo.

 

Andarono al “ Tiziano “ il caffè quattrocentesco che adorna la storica piazza di Pieve e servendosi di un semplice foglio di carta da lettere, stesero una specie di “ atto “ di compravendita che fu letto e firmato da ambedue, senza avvallo di testimoni, senza sigillo di notaio. L’acquirente contò quindi nelle mani del venditore il prezzo pattuito fino all’ultimo centesimo ( a quei tempi i centesimi valevano ancora qualche cosa ) e la chiesetta di S. Francesco d’Orsina, sconsacrata da oltre due secoli, che la famiglia Palatini, proprietaria, adibiva a deposito di foraggio, passò a Luigi Seracchiòli di Bologna, ufficiale di complemento negli alpini. Seracchiòli, che apparteneva al V Gruppo alpini dislocato sulle Tofane, era diretto a Bologna per trascorrere una breve licenza dopo il primo inverno di guerra. Si era fermato a Pieve proprio per concludere l’acquisto della chiesa ( rimasto in effetti senza un soldo, fu costretto ad attendere pazientemente a Calalzo la tradotta militare non potendosi servire dei convogli civili ) che aveva scoperto in un giro di pacifica ispezione per Pieve mentre attendeva giù a Tai, di essere assegnato al reparto, l’anno precedente. Se la sorte lo avesse risparmiato, a guerra finita la chiesetta sarebbe stata ripristinata e, nuovamente officiata, donata agli alpini come tempio votivo.
Ma i suoi progetti in proposito, i suoi voti, non potevano essere realizzati che in parte; il commercio di antiquariato che, favorito dalla sua straordinaria competenza aveva iniziato prosperosamente appena congedato, al termine del conflitto ( nel giro di pochi anni era riuscito ad acquistare perfino due o tre palazzi, i quali, anche se non più suoi, sono distinti, sempre, col suo nome in Piazza della Mercanzia a Bologna ) subì un improvviso rovescio, causa la sua assoluta incapacità amministrativa; così la chiesetta di S. Francesco d’Orsina, rimasta immune ai sigilli giudiziari e dai decreti ingiuntivi come un immobile privilegiato, in considerazione forse della sua nobile destinazione, passò ugualmente all’Associazione Nazionale Alpini, ma nello stato in cui si trovava all’atto dell’acquisto da parte del Seracchiòli.
La chiesa- sacrario di S. Fratesco d’Orsina, è uno dei rari esemplari di architettura gotica che esistano nel bellunese. Fu fatta costruire in epoca non precisata dai Palatin di Pieve, una famiglia cadorina di antico lustro che ha dato valenti uomini alla Serenissima, nota già per le sue benemerenze acquisite ancora durante la sovranità dei Patriarchi d’Aquileia, come oratorio privato. Fu sconsacrata poi a seguito di un omicidio avvenuto secondo la tradizione popolare, nel corso di una cerimonia nuziale sul finire del XVII secolo e adibita a deposito di cariaggi e foraggio.
I fatti politici che si sono verificati in Cadore in seguito alla caduta di Venezia, all’occupazione napoleonica, al passaggio all’Austria insieme al lombardo veneto ed infine ai moti d’insurrezione del ’48 e del ’66, ebbero conseguenze nefaste sull’economia del paese; la maggior parte delle famiglie, specialmente quelle più in vista, ne subirono le conseguenze, fra queste anche la Palatini che non ebbe più alcuna possibilità di mantenere efficiente la chiesina esposta sempre più seriamente alle usure del tempo ed alle erosioni provocate dall’infiltrazione delle acque alle fondamenta nel periodo dei disgeli, tantomeno, riottenere la riabilitazione da parte della curia, secondo le aspirazioni che le generazioni si tramandavano, fedelmente, da oltre due secoli.
Quando apparve il capitano Seracchiòli, le speranze dei Palatini, aggravate dalle circostanze di guerra che aveva subito mobilitata la parte attiva della famiglia, erano alla fine. Nello stato in cui si trovava, la costruzione non avrebbe potuto reggere che una decina d’anni al massimo.
Quanto durerà il conflitto e quali conseguenze avrà per noi? – si domandò alla fine il vecchio. Davanti a questa alternativa, senza nemmeno pensarci un istante, acconsentì e allungò la mano, perché il cuore che gli era salito precipitosamente in gola, gli impediva di parlare
.
La chiesa, che fino a poco tempo fa non figurava ne tra le guida ne tra le raccolte di opere d’arte della zona, è stata restaurata, riaperta al culto e dedicata ai morti del 7° alpini. Due sarcofaghi in pietra, di cui uno proveniente dagli scavi romani di Ostia, donato al tempio dal principe Don Piero Colonna, contengono i resti dei cadorini caduti nelle battaglie del ’48 e del ’66 e la salma di un cappellano cadorino più volte decorato al valor militare: il parroco di Lavaredo, don Piero Zangrando!

altre notizie su Luigi Seracchioli, al link - i padri fondatori della sezione nel 1922