la
Sezione bolognese romagnola
Conferenza
< scarpona >
di Giuseppe Martelli
pubblicato il 1° marzo 2005
Nella
cronaca che compare sul giornale “L’Alpino” del 1° gennaio 1924, che
riporta il resoconto della cerimonia avvenuta domenica 16 dicembre
1923 per l’inaugurazione del “Gagliardetto” (oggi Vessillo) della
neo costituita Sezione bolognese romagnola, si legge che fra i
presenti vi è Paolo Monelli. (1)
Così
si legge nella cronaca <…ha preso la parola Paolo Monelli,
il quale ha rievocato con molta verve la vita di guerra degli alpini,
sfrondandola di ogni contorno retorico e svelando l’anima buona
e semplice dei nostri scarponi, che vanno alteri di essere “i muli
del governo”. Non è possibile riassumere il discorso brillantissimo
di Monelli: diciamo soltanto che egli non poteva meglio assolvere
il compito che si era assunto di parlare da alpino agli alpini,
lasciando da parte i vieti luoghi comuni, dicendo delle verità che
di solito nessuno ha il coraggio di dire, e andando diritto al cuore.
La fine del suo dire, che è una rinnovata promessa di fedele devozione
alla patria, è salutata da un applauso entusiastico >.
Amici Alpini,
ogni anno queste nostre adunate, richiamano attorno ad un cosiddetto
oratore ufficiale, designato per disgrazia sua da una combriccola
d’amici in bisboccia, richiamano attorno ad un organetto ufficiale
la solita folla di alpini in congedo. E tutti accorrono con il corredo
antico e nuovo e con gli accessori che gli anni hanno lasciato o
portato in più, moglie, amorosa, pancetta, figliolanza e via dicendo.
E poiché in fondo noi ci raduniamo soltanto per avere un pretesto
per ricordare, ricordare il più monotonamente possibile, quel nostro
meraviglioso passato, il compito di quel poveruomo dell’oratore
ufficiale sarebbe tanto semplice quanto piacevole. Si tratta infatti,
con quel poco di parlantina che gli valse tante volte gli arresti
di rigore al battaglione, di aiutare la corrente dei ricordi a disincepparsi
dai cervelli arrugginiti o logorati dalla vita del dopoguerra: in
questa vita che ci pose tante volte assieme finché non viene il
sospetto che siamo noi inadatti per essa, questa vita del dopoguerra
che ha distrutto i miti e sono ancora al mondo i personaggi dei
miti stessi: gli eroi per parlare schietto. Poiché io e Seracchioli
e voi e quel mio attendente a cui la granata caduta sulla balma
fece l’effetto d’un portentoso purgante, tutti siamo, come voi sapete,
degli eroi, i nostri eroi. Quasi come quelli che vincono un campionato
di tennis, un circuito motociclistico. Mi meraviglio che non si
facciano ancora biglietti da visita, con l’indicazione < Tal
dei Tali, nostro eroe >. Eroi siamo ad ogni modo a tenere duro
con tanta fede ai nostri ricordi di allora, e più dolorosi e più
pidocchiosi e più fangosi quei ricordi sono e più siamo felici,
perché siamo davvero delle curiose creature, e gongoliamo tutti
di poter raccontare che una volta il maggiore ci diede una pipa,
e che quella notte provammo la più matta paura della nostra vita,
e che quell’altra volta che andammo in licenza trovammo l’amorosa
fra le braccia d’un tenente d’amministrazione della croce azzurra.
Sapete bene quella che aveva cura delle bestie.
Dicevo dunque
che il compito dell’oratore cosiddetto ufficiale, sarebbe il più
facile che ci sia, e ognuno di noi, assiso in bigoncia, specie dopo
averla vuotata, è in grado di assumerselo. C’è un grave inconveniente:
quello del pubblico invitato, che ha pagato, che è profano, che
è esigente, che è sazio di discorsi di guerra e di passato perché
ne ha sentiti troppi che non ha mai saputo che cosa il passato valga
e che cosa, veramente, la guerra sia. Capisco che ci piace un poco
farci della réclame, e poi se non venivano gentilmente questi signori
a pagarci le bottiglie che andremo a berci stanotte, dove trovavamo
i baiocchi? Quindi adesso sarebbe una scortesia dire a questi signori
di prendere l’uscio e di andarsene perché le feste alpine non vogliono
testimoni profani. Sarebbe una scortesia tanto più che li avete
incuriositi e gli avete promesso che io gli parlerò di donne di
alpini e di muli con la mia ben nota competenza. O Dio, per quanto
riguarda le donne, quel poco d’esperienza che ne ho, preferirei
tenermela per me: e del resto dovrei cedere la parola per competenza
a qualcuno di noi che è più pratico…..ma non voglio perdere il filo
del discorso, sennò mi succede come a quell’alpino che andò a confessarsi
da uno dei più noti nostri cappellani. E quindi un poco più tardi,
se me lo dimentico, fatemi in mente che vi racconti la storia della
Maria d’Auronzo.
Di alpini
sì, me ne intendo e di muli anche; so le frasi di ceri scarponi
pronunciati quando non è il caso di fare della retorica e il rischio
di morte era presente e vivo, so le furberie dei muli e conosco
la forza che hanno nella coda e nei fianchi: ma ho paura per tutto
quanto sia pochino per i nostri cortesi ospiti, perché in fin dei
conti questi sono fatti nostri, che non interessano nessun altro,
e che il capitano Rossi della 66^ compagnia facesse suonare a stormo
su per le crode fulminate dalle mitragliatrici con quella frase:
ragazzi, aiutate i vostri compagni a morir bene; e che il Busa giocasse
alla mora dietro i muretti sbocconcellati mentre l’artiglieria tirava,
ed esclamava: ben, ghe vorrìa una scheggia che me portasse via un
dito e così avrei fatto il punto; questi gesti sublimi o sciocchi
che son tutto il nostro passato, abbiate pazienza ragazzi, son cose
che non interessano più. Guardate, sono andato l’altro giorno con
una leggiadra compagnia di giovinetti del dopoguerra a vedere delle
postazioni in Valsugana dove avevo fatto delle azioni con la mia
compagnia. Beh vi giuro che un esperimento così non lo tenterò più,
e qualche giorno dopo se volli andare a vedere un’altra cima di
guerra, andai a godermela da solo.E’ stata proprio una lezione.
Quelle trincee di battaglia scavate dai miei soldati in fretta e
furia sotto la mitraglia, quella buca dove ruzzolò Bogno da Cesio
con tutte le budella fuori,quel macchione dove si era appostato
Toliot e ogni cinque minuti veniva a dirmi ch’el aveva copà un tedesco
che voleva sorprenderlo, sto fiol d’un can, tutte queste cose che
mi stringevano il cuore tutte queste povere cose, tutto questo ciarpame
di passato, come poteva interessare quella leggiadra schiera di
giovinetti bravini, brevissimi, eroi anche loro, chi della danza,
chi dell’automobile, e a cui voglio un bene dell’anima; ma così
fuori da quella nostra vita di allora? E quel giorno, su quel cucuzzolo
che portò per sei mesi, a parte la modestia, il mio nome,e che ora
si chiama oscuramente <el montesel>.
Quel
giorno feci una specie d’esame di coscienza e dissi: ragazzi miei,
guardiamo un poco di non fare i veterani: cerchiamo di non diventare
quegli scocciatori che erano gli amici del nonno, ch’erano stati con
Garibaldi. Teniamo santamente chiuso in noi nel sacrario della nostra
coscienza, questo meraviglioso tesoro di ricordi nostri, tutti nostri,
egoisticamente nostri. O tutt’al più tiriamolo fuori di raro nelle
occasioni solenni, come si fa col vino vecchio; quando s’incontra
un amico di quei tempi; e sbarazziamocene tutto in una volta, in una
notte sentimentale, con la nostra donna, perché non si spanni poi
di certi abissi improvvisi di silenzio e di tedio che si apriranno
in noi.
Quella d’oggi
facciamo dunque conto che sia un occasione solenne, perché non si
trova tutti i giorni della gente disposta a pagarci un pranzo: e
mettiamoci per l’ennesima volta a ricordare.
Ora
non vorrei che si scandolezzasse di noi questo pubblico fine, o ci
giudicasse male, se i nostri ricordi odoran più di vino e di cucina
che di polvere: se parliamo sempre dei muli e mai dei generali; se
nessuna delle azioni che descriviamo nei nostri racconti è sanzionata
dall’elenco ufficiale delle ricompense al valore: se soprattutto parlano
con così spregiudicata famigliarità dei nostri morti. Ma credete a
me, la guerra va ricordata così. Chi ricorda tragico ha avuto troppo
tempo per vedere e troppo poco per soffrire. Chi ricorda patetico
non vide, non soffrì come gli altri. Chi declama ha avuto troppo tempo
per prepararsi. Credete a me: i ricordi di battaglia di chi c’è stato
sono terribilmente incolori e poveri: un certo giallo di roccia, un
certo colore di zolle, un certo languore di cielo; qualche parola
semplice del vicino; un vuoto enorme nel cuore (e spesso anche nella
pancia). Chi vi fa la bella descrizione, con l’odor dei morti e l’aria
epica, ha avuto troppo agio per osservare. Le più belle giornate di
battaglia restano nei ricordi nostri come enormi lacune bianche o
rosse,come eternità che raramente riempiamo di contenuto.
Qualche
volta ci sforziamo di penetrare nel vuoto. Che cosa pensavamo all’Ortigara
in quelle giornate di rombi e di sole, buttati giù alla rinfusa,
morti e vivi, su quelle sassaie maledette,sotto quelle manate di
mitraglia che cacciavano per aria brandelli di montagna e di soldati?
I
diari dicono che furono tre/quattro giornate di passione; noi non
sappiamo più di che furono riempite, ne risentiamo solo ancora confusamente,e
con un accoramento strano che sembra delle volte nostalgia, ne risentiamo
solo ancora impressioni a brandelli, di suono o di luce; e solo qualche
stupido dettaglio rimasto inciso con atroce vivezza nella memoria
per l’eternità, e ci rammarichiamo perché in quei ricordi non si è
mai eroici, mai estetici: è la frase volare d’un collega, è la bestemmia
d’un ferito, è il dettaglio buffo dell’animalità che non rinunciava
a nessuno dei suoi diritti. E come passammo quella notte di gelo e
di tormenta, di cui non ricordiamo altro che un uguale turbinio di
neve e un ininterrotto terrore di perdere da un attimo all’altro,
il sangue e gli spiriti? Non sappiamo più, non abbiamo mai saputo:
i nostri sensi erano troppo presi allora dalla dura necessità di campare
la vita per indugiarsi a percepire e a catalogare quelle impressioni.
Quando
noi siamo venuti a casa e abbiamo sentito della gente fare delle belle
lucide descrizioni di quelle notti, di quelle battaglie abbiam detto:
Ma guarda un poco, come è bello e vero! Sembra di vedere la guerra
al cinematografo.
Ma
noi non eravamo delle comparse cinematografiche: signori miei.
Non avevamo
il tempo di pensare alla posa, non era questione di fare una bella
pellicola, ma di salvare, se fosse possibile, la pelle.
Facevamo
con umile orgoglio, con rassegnata pazienza il nostro dovere di
soldati, ricognizioni, combattimenti, veglie lavori, lavori veglie,
combattimenti, ricognizioni; e qualche volta ci fecero capire che
ci avevano giudicato fifoni, senza che noi ne fossimo gran che persuasi,
né dell’eroismo né della fifa, sanzionata da altri. In fondo in
fondo, quella brava gente che stava laggiù nelle città del piano,
sommi comandi o pacifici borghesi, non ci interessavano più. La
nostra vita aveva perduto meravigliosamente d’ampiezza, non aveva
futuro né passato: i suoi poveri elementi erano la baracca il saccopelo
la gavetta il fucile; somma festa il riposo, somma felicità il vino
e il sonno. Questo spiega perché i nostri ricordi sono così ingenuamente
materialisti; perché nelle canzoni alpine trovate tanta monotona
ripetizione dei motivi tradizionali (le stelle alpine, la neve,
le roselline) ma questo spiega anche Morena, la morosa che non s’era
ancora avuto il tempo di baciare.
Con quell’accorato
rammarico, con quanta nostalgia noi guardiamo spesso indietro a
quel tempo che i bravi umanitari deprecano, che fu veramente atroce
e disumano, ma fu il tempo della nostra giovinezza e della nostra
purezza. Sembra ridicolo parlare oggi di quel tempo, fra i facili
cinismi ed ironie che servirono allora a tanti per salvare la pelle
e la coscienza; e noi passiamo per sanguinari o per nevrastenici,
per spostati o per brontoloni quando non siamo in fondo che dei
poveri discoli troppo presto messi fuori uso da una terribile e
logorante esperienza. Un fuori uso relativo, intendiamoci: figlioli
ne abbiamo messi al mondo e ne metteremo al mondo ancora, in montagna
ci sappiamo andare ancora, un fiasco non ci spaventa e due ci fanno
piacere, ma dicendo fuori uso voglio dire che ci manca qualcosa
per adattarci alla vita d’adesso, siamo più restii agli entusiasmi,
siam più severi critici, più scontrosi ragionatori; ci siamo inseriti
alla meglio nelle nuove formule o nei vecchi schemi, ma qualche
volta sentiamo che il motore ansa, che ci vuole un poco di lubrificante.
Queste nostre radunate nostalgiche, questi nostri ricordi stereotipati,
queste bevute ai vivi e a morti son il nostro periodico lubrificante.
Dunque,
ospiti cortesi, vi pregherò con le parole del nostro poeta, del tenente
del Sesto Sandro Baganzani, di non dire che gli alpini sono gente
villana, perché porta i chiodi sotto le scarpe e il cappello così
unto da farci un rancio speciale. Hanno canzoni romantiche e soavi;
sasso offrire alla morosa quel mazzolin di fiori che vien dalla montagna,
con garbo tutto speciale; menam strage, se occorre, fra le forosette
di montagna; e se preferiscono la sincerità d’un abbraccio alle ipocrisie
d’un ballo ciò corrisponde alla loro natura franca e ingenua. Ci son
delle canzoni alpine che narrano alla brava, con tocchi rapidi, dell’alpino
che fa la conquista d’una bella morosa o d’una bella bionda ma attenti!
C’è l’avvertimento che quella conquista rapida è seria, che la morosa
una volta presa non si molla più, come si faceva delle crode dolomitiche.
Doveva pensarci prima la sventanella. Ecco la bella mora ha avuto
un momento di debolezza per l’alpino, è andata una volta con lui nell’osteria
che sta al di qua del ponte: poi lo prega di lasciarla andare, perché
è figlia da maritar. Ma da questo orecchio l’alpino non ci sente
Se sei
da maritare / dovevi dirlo prima / or che sei stata /coi vecchi alpini
/
non sei
più figlia / da maritar
Ciò conclude
la canzone: farai un figlio al vecchio alpino, che manco a dirlo
si chiamerà Tonino e diventerà alpino anche lui e perpetuerà su
per le crode cadorine o i ghiacciai valdostani le canzoni e le imprese
paterne. E’ proverbiale questo senso rigido del dovere, nel soldato
alpino; l’amorosa diventa femmina, madre dei figli; mi ricordo alla
compagnia di un certo Smaniotto che venne a pregarmi di fargli le
carte per il matrimonio per procura perché doveva sposare una ragazza
del suo paese: e el me dispiace tanto salo, mi diceva, perché la
sé bruta, vecia e guercia e proprio un rampo da galera. E perché
la sposi allora – gli chiesi. Bisogna che la sposi perché una sera
in licenza, ch’ero bevuto me son compromesso con ela, e adesso non
posso piantarla. E tanto proverbiale; che conosco una certa Maria
d’Auronzo, bavosa e sdentata, che aspetta ancora oggi d’essere impalmata
da un vecchio alpino….qui presente.
Sto
vecchio alpino scendeva dalle Tofane dopo mesi di passione su quelle
crode vertiginose. Chi è stato a Cortina d’Ampezzo ricorderà quelle
magnifiche torri, lisce ed erte, che furono prese d’assalto e tenute
in condizioni catastrofiche. Ben, sto vecchio scendeva un giorno a
riposo, arriva ad Auronzo, e l’attendente Tonon gli dà la lieta novella
di avergli trovato una camera e un letto presso una donna del luogo,
di nome Maria. Il nostro eroe dorme come un papa e alla mattina svegliato
dalla signora Maria, che gli porta il caffelatte con gesti premurosi
e parole di compassione, poareto, poareto, ch’el se serva, ch’el se
serva. Bè, qui bisogna scivolare sui dettagli.
Vi
prego solo di ricordare che vi ho detto che Maria era bavosa e sdentata.
Bè, dopo un’ora l’ufficiale tutto confuso e smarrito si confessava
dal Cappellano del Cadore, il bravo don Piero Zangrando. Ho baciato
una ragazza, cappellano, merito una penitenza: ho baciato la Maria.
La Maria
urlò don Zangrando trinciando un gran procione per aria: non occorre
penitenza: ego te absolvo!
Ma la Maria
s’illude ancora, lo so di sicuro; e chissà che non vediamo anche
questo matrimonio fra breve, anzi questo alpinificio, come si chiama
da noi il matrimonio dell’alpino. I neonati si chiamano scarponcino
e scarponcina, secondo i casi; a tirarli su per la montagna e per
le fiamme verdi ci pensa il padre con diversi metodi, fra cui quello
brevettato del capitano Montagna che è, come sapete, quello di mettere
vino nel poppatoio.
Si, vi hanno
messo le donne nel programma di questa chiacchierata, ma bisogna
confessare che nei nostri ricordi di guerra esse tengono la parte
minore. Già nei ricordi di questo genere non ci facciamo mai una
gran bella figura e si preferisce evocare aneddoti in cui la nostra
persona sia in bella mostra. Quando poi al fronte si narrano storie
di donne, c’era il pericolo che succedesse quello che è accaduto
al mio battaglione a Cima Setole. Torna dalla licenza il tenente
Contadini e racconta una magnifica avventura che gli è successa
in treno con una dama così e così, ma coi fiocchi, e fermata intermedia
e automobile e grand hotel, e profumi, e mille incidenti uno più
complicato dell’altro. Noi ascoltiamo, invidiosi, beviamo grappa
e raccontiamo aneddoti. Quattro giorni dopo torna il tenente P.
dalla licenza etc. Ci guardiamo un po’ scettici; poi troviamo che
il caso si permette degli scherzi molto interessanti e beviamo ancora
una volta grappa e storiella. Dopo tre giorni arriva un terzo ufficiale
dalla licenza, e porta con sé la <Domenica del Corriere> dov’era
pubblicata una novella, che raccontava un’avventura galante di un
ufficiale in licenza, precisa e identica a quella narrata dal Contadini
e dal P. Credete a me: di tutti i commenti erotici riportati dalla
licenza il più sincero mi parve sempre quello del capitano Busa,
quando si presentò al maggiore. Come è andata? Benissimo, signor
maggiore. Son stà quindese jorni con un brasso al collo! Un braccio
al collo? Poveretto, è caduto? He no, l’era el brasso de la morosa.
Dalla donna ai muli il passo è breve: se non altro perché
gli alpini veneti chiamano mule le loro innamorate. Ma fare l’elogio
del mulo è ormai una delle cose più superflue che possa fare un
chiaccheratore fra alpini: basterà la vecchia definizione, che il
mulo è l’alpino fra i quadrupedi. Perché insomma, bisogna che i
profani non credano che per esempio fra il cavallo e il mulo sia
di coda o di sagoma o di voce; che il mulo per l’alpino sia quello
che è il cavallo per il cavalleggero; e come il cavalleggero è bellino,
snello e pulito, rasato e pettinatuzzo e riassettato, così va bene
per lui la bestia più nobile e più elegante, e per quei villani
d’alpini si conviene proprio il dozzinale figlio d’un cavallo che
ha avuto un < contatto > con un’asina. Ma il paragone non
torna. Il cavallo per il cavalleggero è un’arma, un pezzo spesso
delicato di tradizione e di spostamento: che va bene finché va benissimo,
ma fa presto a diventare un ingombro, che è un elegantissimo mezzo
di distinguersi dalla plebe dei soldati che pestan la mota, ma diventa
un elegantissimo impiccio dove il terreno è rotto e accidentato.
Ed è anche, un costoso oggetto sportivo; ma questo è un altro discorso.
Guardate invece che cos’era il mulo per noi. Era veicolo, era portabagagli,
era cucina, era magazzino, era elemento indispensabile di riposo
e di combattimento: il solo legame col mondo, il solo consolatore
nella solitudine, il solo che ci consolasse che c’era un destino
di guerra più faticoso del nostro. Il suo arrivo voleva dire tutti
i conforti dell’anima e del corpo, il pane e il vino, l’altare del
cappellano e cassetta del medico, la cassa delle scartoffie e quella
di cottura. Era inoltre il sostegno su per le mulattiere erte, con
quella coda benefica, quando il maggiore non vedeva; era la guida
fra la nebbia e la tormenta, era il superatore di abissi. Era sobrio
e resistente, tenace e devoto; sapeva anche portare in groppa, fosse
il prete o il capitano, il ferito o l’ammalato, il pelandrone o
il grassone, si lasciava persino attaccare ai carrozzini quando
s’era a riposo e si faceva i mafiosi su per le strade lisce delle
retrovie. Vi giuro io se debbo proprio tornare a nascere e non mi
sia dato ritornare uomo, voglio proprio nascere mulo: mulo in una
bella compagnia alpina, con un bel nome di cima, con un conducente
come m’intendo io, con la barbaccia d’anticristo e la cicca in bocca
e il cappello sulle 23; perché sarei sicuro di due cose. Di fare
un lavoro utile e onesto per tutta la mia vita e di averne in cambio
riconoscenza e gratitudine, condizioni piuttosto rare nella vita
d’un uomo.
Ragazzi,
mi pare che sia l’ora di rimandare a casa questi bravi signori che
m’hanno ascoltato pazientemente fin qui e di andarci a bere le bottiglie
che ci hanno pagato. Ma vorrei finire in una maniera un po’ meno scarpona,
per non lasciare di noi una troppo brutta impressione; vorrei pregare
questi signori di perdonarci le nostre intemperanze e le nostre scarpinate;
di perdonare ai vivi per amore dei morti, dei nostri morti, dei nostri
mutilati, dei nostri compagni che la guerra ha guastato per sempre.
Ieri ancora dovevo aggiungere un altro nome alla lista dolorosa della
mia memoria: quello d’un tenente della mia compagnia che, fatto prigioniero,
scappò d’inverno per le montagne dei Tauri, e quattro volte fu acchiappato
dai gendarmi e per quattro volte riuscì a sfuggire loro; e vagò per
un mese e mezzo per nevi, boschi e ghiacciai, senz’altro miraggio
che arrivare a casa sua, in Cadore, allora occupato dai tedeschi,
e unirsi a quei ribelli alpini che erano rimasti liberi a fare i briganti
alle spalle dell’esercito invasore; e giunto a dieci chilometri da
casa per un valico alpino battuto dal vento, con la neve fino al collo,
esausto, affamato, ferito, fu acchiappato per la quinta volta dai
gendarmi e riportato fra sbarre e sentinelle, a finire il tristo tempo
della sua prigionia. E in una tragica impresa ci ha rimesso i polmoni,
e sta morendo ora di tubercolosi; ma ancora un mese fa, mi mandava
una cartolina di saluto con le parole d’una gaia villotta friulana,
parole piene d’una grazia birichina e sbarazzina.
Il
tenente Romanin da Forni Avoltri. Per questi martiri nostri, per i
nostri morti oggi, come l’anno scorso, come due anni fa, che l’omaggio
migliore siano le nostre canzoni, i nostri ricordi più pazzi, le nostre
bevute rumorose, queste nostre adunate in cui rimescoliamo il rimpianto
e l’augurio, il ricordo e la speranza. Poiché cantarono anch’essi
le stesse strofe, quando i polmoni gli servivano, quando la pelle
gli teneva alle ossa; e furono anch’essi confortati dal sole rosso
del vino, le sere che rientravamo fradici dalla pattuglia. Onoriamo
e ricordiamo i nostri con gesti e le parole che consolarono la loro
breve vita. Sarebbe presunzione enorme la nostra, e non possiamo pretendere
che il loro destino serva a riverbare luce eroica sopra di noi. Noi
non dobbiamo fare come quelli che ammucchiano i morti gli uni sugli
altri per farsene piedistallo e trampolino alle loro ambizioni.
Questa
Conferenza <scarpona> si trova anche sul libro - Paolo
Monelli - Ricordi di NAJA ALPINA, a cura di Luciano Viazzi, Gruppo
Ugo Mursia Editore S.p.A., 2001.
Note: Nel libro non vi è rferimento specifico.
Il nome di Seracchioli (Luigi)
citato agli inizi della conferenza era il Presidente della Sezione
bolognese romagnola, vicino a Monelli al tavolo delle “autorità” nel
corso della cerimonia.
(1) Paolo
Monelli, noto scrittore e giornalista, è stato per molti anni socio
della sezione bolognese romagnola, (vedi
la sua biografia)
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